Primo Piano
"Il Messaggero, La Sicilia, Il Gazzettino"
domenica 5 settembre 2010
Export, una strada utile all'economia per competere con le economie emergenti
"Il Foglio"
venerdì 3 settembre 2010
Perché Marchionne non ha nessuna intenzione di creare un nuovo patto sociale in Italia
00
Rubriche
-
Politica Economica
Il “casus belli” e il libero mercato
Enrico Cisnetto

"Il Messaggero, La Sicilia, Il Gazzettino" domenica 7 febbraio 2010
Nel duello Fiat-governo rischia di perderci l’Italia
Lo scontro tra Fiat e governo non serve a nessuno, non fosse altro perché ciascuno dei litiganti ha torti e ragioni. Per esempio, Marchionne ha buon diritto nel rivendicare la chiusura di uno stabilimento improduttivo (Termini Imerese), e Montezemolo non ha torto quando specifica che gli incentivi (ai consumatori) sono altra cosa rispetto agli aiuti diretti alle aziende e dunque a considerare non ricevibile da parte di Fiat il messaggio “o mantenete l’occupazione o non rinnoviamo gli incentivi”. Tuttavia, Torino non può dimenticare che nel corso dei decenni i sostegni pubblici, sotto le più diverse forme, non sono certo mancati, e dunque non può ignorare che nelle sue mani la bandiera della libertà di mercato risulta inevitabilmente malriposta. Non solo: Marchionne rivendica libertà d’azione in nome del fatto che dopo l’operazione Chrysler la Fiat sarebbe diventata globale e dunque avrebbe perso ogni “dovere” derivante dall’italianità. Cosa opinabile nella conseguenza, visto che Fiat rimane pur sempre un’azienda con sede e piedi ben piantati in Italia – tra giornali, Confindustria e quant’altro, la sua sfera d’influenza non è certo marginale anche se inferiore (per la caratura dell’attuale proprietà) a quella di un tempo – ma soprattutto non condivisibile nella premessa, perché per ora la Fiat ha solo il 20% della casa americana, perché un piano di piena integrazione tra le due società ancora non si è visto e perché il progetto iniziale prevedeva la creazione di un’azienda globale anche con Opel, e la sua mancata acquisizione non è dettaglio di piccolo conto.
L’altro duellante, il governo, ha inevitabilmente i torti e le ragioni opposte a quelle di Torino. In particolare, palazzo Chigi ha il demerito di non aver creato una cornice di politica industriale all’interno della quale costringere la Fiat a fare le sue mosse. Per esempio bisognava capire le ragioni per cui un’auto uscita dall’impianto siciliano costa mille euro in più, e se una di queste fosse stata, come è, la mancanza a Termini del supporto di un polo della componentistica, occorreva metterci rimedio. Ma, in particolare, l’esecutivo ha sbagliato quando, per la fregola di appuntarsi una medaglia, ha salutato Marchionne come un novello Cristoforo Colombo al momento dello sbarco a Detroit invece di incalzarlo sulle sue intenzioni. Viceversa, ha ragione Cesare Romiti a giudicare inopportunamente “guasconi” i toni usati dai vertici dell’azienda nei confronti del governo, e non solo per ragioni di stile.
Tuttavia, ora è venuto il momento di finirla con litigi e ripicche. Nell’interesse della Fiat, che è lungi dall’essere guarita e dunque ha bisogno di essere ancora sostenuta se non vuole finire col consegnarsi ai giapponesi o ai tedeschi nell’ambito di un’ulteriore scrematura dei produttori mondiali che lo stesso Marchionne pronostica vicina. E nell’interesse del paese, e quindi del governo in carica, che ha l’indifferibile urgenza di riorganizzare il suo sistema industriale, così smagrito da essere tornato alla taglia di 25 anni fa.

-
BlueDot Xhtml1.0 Strict Valid!