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Politica Economica
Servono riforme elettorali
Enrico Cisnetto
"Il Messaggero, La Sicilia, Il Gazzettino" domenica 28 febbraio 2010
L’export italiano e la globalizzazione
L’Ice sostiene che nel 2009 il commercio mondiale sarebbe sceso del 16,6% in euro correnti, a seguito di una riduzione del 14,3% delle quantità scambiate e di un calo del 2,3% dei loro prezzi medi. Pascal Lamy, direttore generale del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, sostiene invece che la contrazione sia stata “solo” del 12%, ma che comunque risulta la più pronunciata dalla II Guerra Mondiale ad oggi. Nell’uno come nell’altro caso, il guaio più grosso per noi è che l’import-export italiano è calato molto di più, addirittura il doppio se avesse ragione il Wto: -24% le importazioni, -22% le esportazioni. Il che significa che abbiamo perso ulteriormente quote di mercato dopo il piccolo recupero degli anni scorsi, che a sua volta aveva fatto seguito ad un pesante marginalizzazione proprio mentre con la globalizzazione cresceva a ritmi esponenziali la torta del commercio mondiale. Non sappiamo ancora a quanto siamo scesi – è presumibile che la nostra quota sia di poco superiore al 3%, mentre sappiamo che quella dell’export di manufatti è calata al 4,5% – ma è certo che siamo uno dei paesi che paga il prezzo più alto della recessione mondiale. D’altra parte, dal 1990 l’export dei membri Ocse, l’organizzazione dei paesi sviluppati, è peggiorato in media del 10%. Al contrario, i paesi cosiddetti emergenti (ma ormai più che emersi) hanno toccato il +20%, e noi con Canada e Francia siamo quelli che abbiamo subito di più questo travaso.
Dico tutto questo per due motivi. Il primo è legato al nostro modello di sviluppo, che in tempi di stagnazione dei consumi è maggiormente dipendente dalle capacità esportative del made in Italy, e quindi dal livello di competitività del sistema produttivo. Su questo fronte i cantori delle virtù del capitalismo italiano sostengono che i nostri limiti sono “esterni”, e in particolare stanno nella concorrenza sleale della contraffazione. Ora, sarà pur vero che l’uso improprio del “marchio Italia” procuri perdite per 50 miliardi – anche se andrebbe calcolato quanto porti al pil nazionale, ufficiale e soprattutto ufficioso, la contraffazione che viene realizzata in Italia a danno di altri, visto che siamo secondi in classifica dopo la Cina – ma va detto che la perdita di competitività dipende da ben altri fattori, in primis la paralisi della produttività, la mancanza di investimenti in ricerca e lo scarso appeal del Paese nei confronti degli investitori esteri. Dunque se è giusto tutelare i marchi italiani e la denominazione d’origine dei prodotti, è bene sapere che solo intervenendo con riforme strutturali sui nodi strategici del sistema economico e produttivo si può pensare di rimontare la china.
L’altro tema è invece quello del futuro della globalizzazione. La quale, secondo il Nobel Joseph Stiglitz, “non ha realizzato nulla di ciò che avrebbe dovuto” e dunque è destinata a soccombere. Non credo. Non è vero che sia aumentato il divario sociale, non è vero che ci sia la globalizzazione alla base della recente recessione mondiale. Certo, la crisi ha interrotto il processo di virtuosa integrazione dei sistemi economici. E regole nuove devono essere decise. Ma il cambiamento delle gerarchie internazionali, dovuto alla crisi, devierà ma non fermerà il percorso della globalizzazione. E anche se il punto d'arrivo è ancora ignoto, per l’Italia è imperativo esserci. Altrimenti la condanna alla marginalità sarà definitiva.