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Politica Economica
Conti pubblici, scatta l’allarme
Enrico Cisnetto
"Il Messaggero, La Sicilia, Il Gazzettino" domenica 14 marzo 2010
Il rischio di una manovra correttiva di rientro
E se ci toccasse fare una manovra correttiva di rientro? Distratti dal caos politico delle “piazze contrapposte”, nessuno ha prestato la dovuta attenzione alle parole usate dalla Bce nel suo ultimo bollettino: “i paesi dell’area euro devono iniziare il processo di risanamento delle finanze pubbliche al più tardi nel 2011 e spingersi ben oltre il requisito minimo di correzione annua fissato nel patto di stabilità allo 0,5% del pil” E se non fosse chiaro i banchieri dell’Eurotower aggiungono che occorrono “interventi risoluti, in particolare da parte delle economie con alti livelli di disavanzo e debito”, e che “nelle strategie di riequilibrio dei conti un ruolo chiave dovrà averlo la riforma della spesa pubblica”. Amen.
Ora, secondo l’Istat tra il 2008 e il 2009 l’Italia ha quasi raddoppiato il deficit rispetto al pil, portandolo dal 2,7% al 5,3%. Per carità, una condizione di “medio pericolo”, altri paesi sono ben più esposti, anche se come l’Italia solo la Grecia accoppia ad un forte deficit (oltre il 12%) anche un pesante debito (in entrambi i casi intorno al 116% del pil). A rigore per rientrare sotto la soglia del 3% noi dovremmo tagliare 2,3 punti di deficit, mentre il ministro Tremonti era riuscito a negoziare a Bruxelles tre tagli di mezzo punto ciascuno tra quest’anno e il 2012, nella speranza che la ripresa economica facesse aumentare il denominatore del rapporto deficit-pil. Ora cosa può significare la presa di posizione della Bce? Niente perché su questo tema decidono la Commissione europea e l’Ecofin? Può essere. Anzi, è probabile: così come a Francoforte respingono al mittente come indebite intrusioni le pressioni dei governi e della Ue sulle scelte di politica monetaria, e in particolare dei tassi, così a Bruxelles ci tengono all’autonomia quando si tratta di politica economica e di applicazione delle euro-regole. Ma di una cosa occorre tener conto: nel frattempo abbiamo tra i piedi la crisi della Grecia, che a Berlino considerano gravissima tanto che ieri la Merkel ha persino chiamato il capo dell’opposizione ellenica e che il nuovo commissario agli Affari Economici Rehn – in vista del vertice Ue che dovrà valutare se e come salvare i greci dal default – ha definito capace di produrre danni irreversibili all’euro. Insomma, non solo la Bce, ma anche i governi potrebbero essere indotti a chiedere “misure drastiche” a ciascun membro dell’euroclub. E allora sarebbe non solo difficile, ma anche dannoso, sfuggire alla richiesta di una manovra lacrime e sangue. Anche perché le indicazioni che emergono dalla congiuntura spingono i centri previsionali – l’ultimo in ordine di tempo quello di Confindustria – a pronosticare una crescita del pil per il 2010 inferiore all’1%. Mentre il fronte delle entrate tributarie ci dice che, bene che vada, staremo in linea con il 2009, quando il Tesoro ha incassato 14 miliardi in meno dell’anno precedente (-3,3%), a prescindere che si voglia ragionare con Bankitalia in termini di cassa (a gennaio -2,9%) o in termini di competenza come il Tesoro (variazione infinitesimale).
Sia chiaro, il mio non è un auspicio: non avere diktat europei sulla testa e disporre di più tempo per raddrizzare la barca è meglio. A patto che lo si usi per fare – finalmente – la riforma strutturale della spesa pubblica, l’unica che può davvero metterci in salvo.