Primo Piano
"Il Messaggero, La Sicilia, Il Gazzettino"
domenica 5 settembre 2010
Export, una strada utile all'economia per competere con le economie emergenti
"Il Foglio"
venerdì 3 settembre 2010
Perché Marchionne non ha nessuna intenzione di creare un nuovo patto sociale in Italia
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Rubriche
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Enrico Cisnetto riponde ai commenti di Emanuele Renzoni


mercoledì 9 dicembre 2009
La popolazione inattiva italiana
Gentile Enrico Cisnetto,
ho letto in un tuo articolo pubblicato il 4 dicembre 2009 che la popolazione inattiva italiana è di 14.700.000 unità pari al 37,4% della popolazione attiva e ciò significa che solo il 62,6% dei lavoratori italiani in età attiva lavora. Tale dato è significativo per quanto riguarda l'attitudine del popolo italiano al lavoro e dovrebbe far riflettere tanti imprenditori che sono incapaci di comprendere le reali capacità psicoattitudinali e di competenza lavorativa presente e futura di alcuni validi lavoratori e pensatori italiani. Alcune metodologie di giudizio del CV di ogni lavoratore sono totalmente superate ed è grave che tanti Managers delle Risorse Umane insieme ai loro addetti non l'abbiano ancora capito assumendo spesso operai, impiegati e dirigenti mediocri che sono capaci unicamente di produrre guai economici presso le aziende all'interno delle quali sono state assunte. Oltre agli studi intrapresi ed alle esperienze lavorative, è importante prendere in considerazione le attività extralavorative di ogni essere umano, le sue qualità psicocomportamentali e la sua intelligenza generale. Spesso nelle imprese fanno carriera lavoratori ruffiani e mediocri che si comportano in modo molto ipocrita con i loro superiori per ottenere un avanzamento di carriera. Sono queste persone che stanno portando l'Italia ad uno strutturato declino economico e culturale e stanno facendo perdere la voglia di lavorare a milioni di italiani che possiedono delle intrinseche qualità che non riescono ad essere ottimizzate all'interno dell'ambiente lavorativo. Penso che sarebbe utile conoscere il numero dei lavoratori inattivi nei principali Paesi democratici dell'Unione Europea, dell'America Settentrionale e Meridionale,dell'Asia e dell'Oceania per compiere un' interessante analisi comparata dei dati. La vita è dura per tutti ed è importante mantenere dei buoni contatti con individivui intelligenti e determinati per migliorare il livello culturale, sociale e lavorativo dell'Italia in cui occorre concentrarsi per risolvere i problemi principali di natura strutturale per ridare dignità esistenziale all'Italia a livello interno ed internazionale. Il 2010 sarà l'ultimo anno del Primo Decennio del XXI secolo in cui il sistema politico italiano ha avuto molte opportunità per compiere una valida riforma strutturale della Pubblica Amministrazione ma interessi politici incrociati hanno impedito una razionale e salutare riforma della Pubblica Amministrazione che avrebbe giovato a tutti gli italiani. Quali sono state secondo te le sfide politiche, economiche, sociali e culturali che l'Italia ha vinto ed ha perso durante questo Primo Decennio del XXI secolo? Buon Lavoro. Saluti, Emanuele Renzoni

L'export in Italia
Gentile Enrico Cisnetto, la ristrutturazione industriale compiuta dalla Germania negli anni '90 del XX secolo e durante i primi anni del XXI secolo, la forte crescita industriale della Cina, dell'India ma anche della Corea del Sud, della Tailandia, dell'Indonesia e del Vietnam, la crescita economica del Brasile e la grande voglia di ritornare a crescere degli Usa in seguito alla forte crisi immobiliare che è scoppiata nel 2007 descrivono nazioni la cui classe politica è consapevole delle sfide interne ed esterne che devono essere affrontate per risolvere i problemi economici ed amministrativi presenti al loro interno. In Italia in questi ultimi 20 anni si è parlato molto e si è fatto poco creando un clima di immobilismo politico-istituzionale ed economico che sta portando progressivamente l'Italia ad essere uno Stato sovrano marginale sia all'interno dell'Unione Europea sia nel mosaico dell' economia internazionale. Il politico e diplomatico italiano Renato Ruggiero che ha ricoperto l'incarico di Direttore Genarale del WTO dal 1995 al 1999 disse con molta lungimiranza nel 1998 che l'Italia aveva un'economia in declino e che in futuro avrebbe avuto molta difficoltà a rimanere competitiva nei riguardi dell'economia francese e tedesca. La diminuzione dell'export italiano nel 2009 è nettamente superiore sia alla flessione dell'export a livello globale e sia rispetto agli altri Stati sovrani europei che fanno parte di Eurolandia. Il problema è di natura strutturale e sistemica e può essere risolto se la classe politica regionale e nazionale insieme agli imprenditori decidono di creare un sistema economico fortemente basato sullo sviluppo di grandi imprese competitive nel settore industriale e dei servizi che possano acquistare i loro prodotti da un indotto costituito da moderne ed efficienti PMI che siano rigorosamente selezionate per i loro buoni standard di qualità nella produzione del prodotto e del rispetto dell'ambiente e contribuiscano al rilancio dell'economia italiana. E' possibile programmare nel lungo periodo un rilancio dell'economia italiana ma occorre che l'Italia si liberi della zavorra di alcuni milioni di microimprese scarsamente produttive, che possiedono dei fondamentali economici precari e non contribuiscono al miglioramento della vita sociale ed economica delle persone che vi lavorano. E' meglio avere un sistema produttivo efficiente, moderno e civile a livello interno ed internazionale costituito da 2.500.000 di Partite Iva accese presso le Camere di Commercio sul territorio nazionale che avere uno Stato che ha una economia decadente ed ha più di 5.000.000 di soggetti giuridici iscritti presso le Camere di Commercio provinciali. La razionalità ed il buon senso permettono la risoluzione di tanti problemi, l'arroganza e la presunzione contribuiscono a creare un clima nocivo che non giova a nessuno. Saluti, Emanuele Renzoni
Caro Renzoni,
Rispondo in un colpo solo a entrambe le ultime mail. Partendo prima dalla questione “popolazione inattiva”.
La tua analisi è senz’altro fondata. Come forse saprai, è ormai da molto (troppo) tempo che mi batto perché venga riconosciuto il criterio del merito come fondante per la selezione di nuove risorse da inserire all’interno sia dei soggetti pubblici che di quelli privati. L’Italia, d’altronde, è da troppo tempo vittima di meccanismi di clientela che impediscono ai migliori di emergere. Vince chi è più scaltro e chi, soprattutto, è “amico di”. In un sistema così concepito, in cui le baronie sono all’ordine del giorno e vigono in moltissimi settori della nostra vita (su tutti l’università, ma non solo), che spazio c’è per capire chi sia davvero “più bravo”? Appunto, nessuno.
Già molti paesi, soprattutto di tradizione nord-europea e anglosassone, hanno sostituito il criterio di selezione di CV, che si basa unicamente sulle esperienze di studio e lavorative, con meccanismi volti a individuare la reale “essenza” della persona che ci si trova davanti. Il colloquio conoscitivo anche di alcune multinazionali presenti nel nostro Paese dimentica quasi di considerare il percorso precedentemente intrapreso dal candidato, per focalizzarsi unicamente sulle reali qualità individuali, che non possono essere apprese a scuola.
Questo per rispondere al tuo primo quesito. Per quanto riguarda la seconda parte , posso dire che di sfide l’Italia ne ha incontrate tante, ma le ha sempre, in un modo o nell’altro, evitate. Pensiamo alla riduzione del numero delle regioni, alla riforma della giustizia, del sistema elettorale, della Pubblica Amministrazione, della Sanità, delle infrastrutture, delle energie alternative (su tutte quella nucleare, ma anche le rinnovabili, che permettano di liberarci dalla dipendenza dai Paesi produttori di petrolio); allo sviluppo di un sistema economico innovativo e più simile ai Paesi leader nel nostro continente.
Tu hai giustamente parlato di cultura, vero elemento distintivo del nostro Paese. Non è forse l’Italia, infatti, a possedere l’80% del patrimonio cultural-monumentale mondiale? Lo è. Eppure, non solo non siamo stati in grado di implementare l’afflusso turistico, facendo leva sulle straordinarie risorse paesaggistiche e artistiche, ma anzi stiamo lentamente perdendo la sfida con i nostri diretti “concorrenti” come Francia, Inghilterra e Spagna. E certo non veniamo aiutati in questo da episodi come quelli del Ristorante Passetto a Roma, quando dei turisti giapponesi si videro consegnare un conto di 900 euro, di cui oltre 200 di mancia decisi arbitrariamente dai gestori.
E, sempre restando in tema di cultura, sono certo che avrai seguito il dibattito che si è creato con la lettera che il direttore generale della LUISS Pierluigi Celli ha inviato a Repubblica. In quell’accorato appello al figlio a lasciare l’Italia dopo la laurea, non ho potuto non vedere la disfatta di un Paese incapace di offrire ai propri giovani un futuro colmo di speranze. Perché questo manca ai giovani italiani, un impianto solido di conoscenze su cui poggiare la propria carriera; una flessibilità virtuosa nel mondo del lavoro che non sia sinonimo di precarietà, ma di accrescimento del proprio bagaglio esperienziale.
Insomma, non riesco proprio a trovare un esempio di sfida vinta dall’Italia. Ma, visto che voglio continuare a essere fiducioso, sono certo che la Terza Repubblica, che invoco ormai da troppo tempo, saprà non solo vincere quelle che le ho citato sopra, ma anche altre, traghettando il nostro Paese fuori dalla palude in cui galleggia da quasi un ventennio. Con l’impegno di tutto, tuo compreso se lo vorrai.
E veniamo alla seconda mail, quella relativa all’export.
Da anni Società Aperta, il movimento politico e culturale di cui sono presidente, parla di “declino” relativamente al nostro Paese. E, d’altronde, nonostante io venga periodicamente tacciato di essere un menagramo, non trovo termine migliore per descrivere l’Italia dal 1992-93 in poi. Sono ormai quasi vent’anni che l’immobilismo, il “non governo” strutturale dei problemi, ci costringe a prendere misure contingenti ed emergenziali, per tamponare ora l’una ora l’altra esigenza che ciclicamente si vengono a proporre. Il risultato? Nel momento in cui una crisi sistemica e globale si è abbattuta sull’intera economia mondiale, ci siamo fatti trovare impreparati non solo a reggere l’urto, ma anche a ricostruire in breve tempo dalle macerie lasciate dalla recessione. L’insipida disputa in seno alla maggioranza che ha creato due schieramenti – entrambi, per diversi motivi, capziosi nelle loro posizioni, uno “pro-spesa” e l’altro “pro-risanamento” - dimostra l’inadeguatezza della nostra classe politica a far fronte a un’emergenza profonda e destabilizzante. In tempo di recessione è assurdo pensare di spendere e spandere accrescendo ulteriormente il nostro debito pubblico (arrivato ormai al 110% del PIL), ma è altrettanto miope affermare che l’immobilismo è l’unica soluzione. Come a dire, mettiamo la testa sotto la sabbia e aspettiamo che la buriana passi. Peccato che, questa volta, quando la buriana sarà davvero archiviata, ci troveremo ancora più lontani da economie come la Germania (la prima in Europa), l’Inghilterra e la Francia, e con poche incollature di vantaggio rispetto alla Spagna che partiva da una situazione molto più problematica della nostra.
La tua preoccupazione sulle PMI, poi, è drammaticamente fondata. L’assurda atomizzazione che caratterizza il sistema delle imprese italiane, in cui il 98% di esse è composto da meno di 10 dipendenti, impedisce una reale competitività nei confronti non solo dei giganti mondiali, le famose multinazionali, ma anche di quelle che altrove considerano medie aziende e che da noi sarebbero grandi. Non va inoltre dimenticato come questi colossi, già di per sé enormemente più competitivi delle nostre micro-imprese, stiano procedendo lungo una strada di continue acquisizioni e fusioni che porta alla creazione di pochi soggetti di enormi dimensioni, marginalizzando automaticamente i soggetti più “deboli”. Gli esempi sono dappertutto, dalle compagnie aeree alle banche o alle aziende informatiche. Parlando della Francia, poi, non può essere dimenticato come uno dei driver che hanno permesso un reale rilancio dell’economia sia stato rappresentato dalla decisione di investire solo su un numero limitato di settori industriali, con la conseguente abbandono di quelli “non strategici” . In Italia, invece, si continua a perseguire quella sventurata dinamica del “piccolo è bello” e della famosa (o famigerata…) creatività italiana che dev’essere sempre premiata, anche se si esprime in imprese fallimentari in partenza (e i dati che ci vengono forniti parlano, infatti, di un numero di imprese che oscilla tra 250.000 e 1.000.000 che rischierebbe la chiusura).
Infine, vorrei rifarmi a un nome citato, quel Renato Ruggiero: parlava di “declino” e come ministro solo 6 mesi. Casualità?

Un cordiale saluto
Enrico Cisnetto



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