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Rubriche
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Proposte per il taglio del debito pubblico italiano - La risposta di Enrico Cisnetto al commento di Emanuele Renzoni


domenica 20 dicembre 2009
Gentile Enrico Cisnetto,

penso che i Comuni italiani con meno di 5.000 abitanti debbano essere accorpati con i comuni limitrofi per creare dei comuni che possiedano una sufficiente dimensione urbana. Penso che i piccoli ospedali situati nei piccoli comuni debbano essere trasformati in centri efficienti di Primo Soccorso lasciando ai comuni con più di 20.000 abitanti il compito di gestire in modo efficace la complessa struttura ospedaliera. Penso che le Province debbano avere solamente una importanza geografica, culturale e turistica e non amministrativa poichè l'amministrazione deve essere delegata ai comuni e le Regioni devono svolgere il compito di essere delle amministratrici responsabili dei problemi economici, sociali ed ambientali del territorio. Credo che le Comunità Montane e gli altri inutili enti pubblici territoriali debbano essere soppressi poichè le loro funzioni possono essere svolte dai Comuni. Occorrerebbe tagliare tutti i costi burocratici inutili che ogni mese appesantiscono l'amministrazione italiana e rendere la burocrazia italiana agile e snella come quella degli Stati dell'Unione Europea democraticamente avanzati come la Germania e la Francia.

Il Debito Pubblico italiano sta salendo progressivamente ed è sopra il rapporto del 110% rispetto al PIL, il rapporto Deficit della pubblica amministrazione/PIL è superiore al 4% e ciò rende l'Italia uno Stato dell'Eurozona che possiede dei fondamentali di finanza pubblica che si stanno deteriorando la cui risoluzione passa attraverso il taglio strutturale di tutti i costi inutili della Pubblica Amministrazione liberando maggiori risorse per la Sicurezza dei cittadini italiani e per rendere l'Italia uno Stato europeo con infrastrutture pubbliche adeguate. I tagli possono risultare impopolari nel breve periodo però risulteranno proficui sotto il profilo amministrativo nel lungo periodo facendo vivere gli italiani in uno Stato civile ed avanzato sotto il profilo economico, culturale e sociale.

I legislatori del Parlamento dovrebbero avere il coraggio e l'intelligenza di approvare leggi per dare all'Italia dei solidi fondamentali di Finanza Pubblica affinchè possa essere considerata uno Stato affidabile all'interno dell'Unione Europea ed a livello internazionale. Credo che sia importante affrontare i problemi nell'ottica di Sistema-Paese e non di Sistema-Regione o Sistema-Provincia per dare all'Italia dignità esistenziale nel lungo periodo.
Vecchi e rigidi interessi politici clientelari incrociati contribuiscono unicamente a creare un clima d'immobilismo politico che soffoca ogni serio progetto di riforma dell'amministrazione pubblica italiana. Personalmente penso che l'Italia e noi italiani dovremo affrontare anni molto duri nel prossimo futuro sotto il profilo politico, economico e sociale. Cosa ne pensi sul futuro prossimo dell'Italia e di noi italiani? Buon Lavoro.

Saluti,
Emanuele Renzoni
Caro Renzoni,
mi compiaccio nel constatare che, ancora una volta, mentre in Italia rischia di prevalere l’immobilismo più assoluto - economico, sociale e soprattutto politico – tu vai, come molti altri miei interlocutori via web, in direzione opposta. Se i nostri amministratori non iniziano a ragionare in un’ottica di medio lungo periodo non si potrà più andare avanti. O meglio, avanti si andrà, ma nella direzione opposta a quella della crescita. Alla fine per le generazioni a venire (che sono il futuro dell’Italia) non ci saranno nemmeno le briciole e soprattutto la possibilità, e quindi le basi, per poter crescere e permettere all’Italia di ritornare a far parte “realmente” del gruppo dei Paesi che più contano nel mondo. Perché l’eventualità più grave è che il nostro Paese faccia il fanalino di coda dell’Unione Europea. Penso, per esempio, a tutti i problemi e le polemiche sorte in riferimento alla realizzazione del “corridoio 5” e, nello specifico, al tratto italiano dell’alta velocità Torino-Lione. Noi abbiamo offerto lo spettacolo di una guerra tra amministratori - quelli che vogliono la Tav, Regione Piemonte sindaco Chiamparino in primis, contro quelli che l’hanno ostacolata con tutte le forze – mentre la Francia, paese anch’esso interessato alla realizzazione dell’opera, ha mostrato compattezza nel considerare che la Tav voleva dire crescita, sviluppo, allargamento dei commerci e delle opportunità di lavoro.
Ma torniamo alla tua ipotesi di accorpare i comuni che abbiano meno di 5mila abitanti: non solo è sensatissima, ma rappresenterebbe il modo giusto di perseguire l’inderogabile obiettivo di ridurre virtuosamente la spesa pubblica, o meglio di trasformare quote di spesa corrente improduttiva in investimenti finalizzati allo sviluppo.
Quanto alla sanità, l’idea di trasformare gli ospedali dei piccoli comuni in centri di primo soccorso è molto condivisibile, e va nella direzione di smontare quel folle “federalismo sanitario” che ha portato 6 regioni su 20 in default. Naturalmente, purché di centro effettivo di primo soccorso si tratti. Penso alla morte, in estate, di un giovane a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, perché la sala operatoria dell’ospedale era chiusa per il mancato rinnovo del contratto dei medici nel periodo delle ferie: classico esempio di malasanità che forse non si sarebbe verificato se la gestione del pronto soccorso fosse stata in mano al comune e non alla Regione, salvo riportare il sistema sanitario nel suo complesso nuovamente a livello centrale. Perché da quando la sanità è in capo alle regioni, è sempre più difficile garantire uguali prestazioni sanitarie per i cittadini in barba al principio del tanto acclamato costo standard cruciale nella finanza federale per determinare i flussi perequativi per cui ciascun ente dovrebbe determinare il fabbisogno “ufficiale” e quindi l’eventuale trasferimento perequativo cui avrà diritto in caso di insufficiente capacità fiscale. E cioè, una prestazione sanitaria in Calabria, per esempio la tac, dovrebbe costare al cittadino lo stesso che in Lombardia. Sta di fatto che la sanità alle regioni si è rivelata un clamoroso errore, e articolare un sistema in cui si lasci agli enti locali con più di 20mila abitanti la gestione delle strutture ospedaliere minori e allo Stato il compito di gestire quelle polifunzionali più grandi e di guidare il sistema sanitario nel suo complesso, non sarebbe per niente una cattiva idea.
Se poi si ridistribuissero le competenze delle Province in parte ai Comuni e in parte alle Regioni, abolendole al pari di alcune istituzioni di secondo e terzo grado, come le comunità montane, ecco che il riordino dell’articolazione amministrativa pubblica porterebbe vantaggi funzionali e di bilancio davvero straordinari.
Ma, come sempre ci diciamo a dicembre – almeno da 15 anni – questa è materia per l’anno nuovo. Auguri.
Enrico Cisnetto
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