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Le cause della crisi Italiana - La risposta di Enrico Cisnetto al commento di Paolo Berto
lunedì 11 gennaio 2010
Caro Cisnetto,
leggo frequentemente i Suoi articoli che trovo interessanti.
Sull'onda di questi, da dirigente industriale, ho fatto alcune considerazioni che Le invio e spero siano di Suo interesse.
Unitamente a cordiali saluti voglia gradire sentiti auguri per il nuovo anno.
Berto Paolo
Caro Berto,
Le chiedo scusa se non ho risposto alla sua cortese mail con tempestività, ma ero impegnato nella realizzazione dell’edizione invernale di “Cortina InConTra”. Cerco ora di rimediare con una risposta meditata. Partiamo dalla fine: la domanda che Lei mi pone al termine del suo intervento è senz’altro fondata e drammaticamente reale. Per quanto mi riguarda ho espresso in svariate occasioni le mie perplessità sui trionfalismi che hanno accompagnato il passaggio tra il 2009 e il 2010. Il fatto che alcuni paesi europei abbiano fatto registrare incrementi superiori all’1% nella produzione nel terzo e quarto trimestre del 2009 non può farci tirare un sospiro di sollievo e, anzi, deve farci tenere altissima l’attenzione, anche perché nel medesimo periodo l’Italia ha avuto un “più zero virgola” che significa sostanzialmente aver tamponato una situazione emergenziale. Da più parti, inoltre, è arrivato l’allarme che riguarda le PMI (ricordiamoci che in Italia rappresentano la quasi totalità delle aziende): nel 2010 potrebbero essere fino a 1 milione quelle costrette a chiudere. Un’autentica strage. Il dato sulla disoccupazione è, conseguentemente, diretta emanazione della riduzione delle imprese. Più che essere illogico, quindi, è estremamente miope e ingenuo abbandonarsi a facili trionfalismi. Anche perché, non dimentichiamolo, solo nel 2013 l’Italia registrerà un PIL analogo a quello del 2007: ovvero ci troveremo ad aver avuto 6 anni di sostanziale involuzione del nostro sistema economico. Un passo falso difficile da assorbire soprattutto su scala mondiale: le cosiddette economie emergenti (che non sono più tanto tali…), vedranno incrementi che arrivano al +9% della Cina da Lei citata.
Per rispondere poi alla prima parte del suo intervento, invece, mi sento di dissentire da alcune sue considerazioni che sono a mio giudizio eccessivamente “a senso unico”. Mi spiego meglio: la causa del tracollo delle imprese nostrane non può essere ricercata unicamente nella concorrenza sleale operata da imprenditori senza scrupoli provenienti dall’estero. Per esempio, nessuno ha dato il giusto peso alle affermazioni di un uomo estremamente accorto come Massimo Ponzellini, presidente della Popolare di Milano, che a Cortina ha dichiarato che lo spread applicato dalla sua banca non potrà scendere sotto i 70, mantenendo per tutto il 2010 un costo totale di circa 120 punti base, impegnandosi a non andare oltre i 140. Questo perché le banche italiane, che hanno avuto un’erogazione del credito estremamente più accorta di quanto fatto dagli istituti di altri stati del mondo occidentali, devono comunque rientrare delle perdite subite nel 2008 e nel 2009.
Inoltre, molte imprese straniere rinunciano ad investire nel nostro Paese anche e soprattutto per un motivo che sembra avere poca attinenza con l’economia: la lentezza dei processi civili e penali. Per dirimere questioni nevralgiche per le aziende, infatti, sono necessari anni e anni, cosa che sostanzialmente paralizza l’impresa. Per questo motivo l’Italia esercita sempre minore attrattività nei confronti dei capitali esteri.
Ma c’è anche una responsabilità degli imprenditori italiani, che si sono accorti tardi di cosa avrebbe significato il processo di globalizzazione e la vera e propria rivoluzione che l’avvento della tecnologia digitale avrebbe comportato: ci si è illusi di poter fronteggiare la nuova competizione semplicemente dando qualche sforbiciata ai costi, in attesa di chissà quale sanzione internazionale nei confronti della nuova concorrenza. Così non è stato perché – piaccia o non piaccia, giusto o sbagliato che sia – così non poteva essere. E quando , dal 2000 in poi, con una decina d’anni di ritardo, il capitalismo italiano ha provato ha scrollarsi di dosso le sue ataviche malattie (sottocapitalizzazione ed eccessivo indebitamento con le banche, scarsa internazionalizzazione, poca ricerca e innovazione, eccesso di tradizionalismo, ecc.), in parte era tardi e in parte è stato bloccato dal sopraggiungere nel 2007 della crisi mondiale.
Per quanto riguarda, infine, il ruolo dello Stato: il movimento di cui sono presidente, Società Aperta, si batte ormai da molto tempo per l’attuazione di una riforma della Pubblica Amministrazione e del sistema pensionistico, in modo da accantonare risorse che possano essere impiegate da un lato per la realizzazione di quelle grandi opere infrastrutturali divenute imprescindibili, dall’altro per riportare il rapporto tra debito pubblico e PIL a livelli accettabili (attualmente veleggiamo verso un drammatico 120%, e la Grecia a un passo dal default è al 125%). Pensi che ogni anno paghiamo 70-80 miliardi di euro per gli interessi passivi sul debito pubblico. Provi solo a immaginare cosa si potrebbe realizzare con quei denari.
Ed è in dubbio che il nostro Paese è campione nel far lievitare costi che altrove sono assai più contenuti: Lei cita giustamente l’Alta Velocità, ma ci potrebbe mille altri esempi.
Sperando di aver risposto ad ogni sua curiosità, la ringrazio per l’attenzione dimostratami e la invito a continuare a seguirmi su www.enricocisnetto.it e, qualora lo desiderasse, a contattarmi con altri interventi.
Enrico Cisnetto