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Rapporto annuale Istat
martedì 24 maggio 2011
Scheda tecnica su Rapporto Istat, puntata di "Porta a Porta", del 24 maggio 2011
La fortuita coincidenza della presentazione dell’annuale Rapporto Istat con la campagna elettorale e la scelta della società di rating Standard & Poor’s di peggiorare, proprio in questo frangente, le aspettative prima sull’Italia e poi su quattro importanti banche, rischiano di farci perdere per l’ennesima volta l’occasione di diagnosticare lo stato di salute socio-economico del Paese con serenità e spirito critico, entrambi egualmente indispensabili.
I dati statistici ci presentano – correttamente – come un paese in affanno e particolarmente vulnerabile. Ma sulle conseguenze sociali delle difficoltà economiche occorre pesare bene le parole. Vediamo.
Prima della recessione, venivamo da 15 anni di crescita modesta. In due anni, il 2008 e il 2009, abbiamo perso sei punti e mezzo di pil. La crisi, secondo la Corte dei Conti ci è costata 160 miliardi. Adesso ne siamo usciti, ma stentiamo a prendere il ritmo giusto.
Essendo anche zavorrati dal debito, il rischio era che la speculazione ci facesse fritti come Grecia, Irlanda e Portogallo. Così non è stato. E questo porta comprensibilmente il ministro Tremonti, che del risanamento dei conti pubblici si è fatto paladino provocando non pochi mal di pancia in una coalizione che ha componenti votate alla spesa pubblica, a dire “primum vivere, deinde crescere”.
Si poteva fare di più? E come realizzeremo una manovra da 40-50 miliardi entro il 2014? Il rischio è che invece di rispondere a queste domande ci si accapigli sull’Istat, secondo cui un quarto degli italiani sarebbe a rischio povertà o esclusione sociale. Affermazione che Tremonti considera “discutibile” e che invece l’opposizione considera la prova del fallimento del governo.
In realtà andrebbe spiegato che l’Istat utilizza parametri Ue che non misurano ricchezza e povertà, ma lo scostamento superiore al 60% dal reddito mediano disponibile. In questa situazione c’è il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni, ma la media Ue è del 23,1%, non significativamente diversa.
Inoltre, essendo il 7% coloro che sono in una situazione di grave deprivazione materiale, si ricava da questo e da altri dati che in Italia ciò che è aumentata è la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, ma anche grazie ad un patrimonio accumulato negli anni senza eguali nel mondo, anche per i meno agiati nella grande parte dei casi gli standard di vita risultano dignitosi.
Detto questo, i problemi, ci sono, eccome. Basta vedere come cresce il numero delle persone a disagio, soprattutto giovani. Ma estremizzarli rischia però di dare armi a chi vuole nasconderli.
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